• Lannaronca

Gli ziti di nonno Oreste



Questa mattina, girando tra le corsie del supermercato, lo sguardo mi è caduto su di un pacco di ziti. Gli ziti sono un tipo di pasta di grano duro, lunghi come gli spaghetti, ma grossi e cavi, molto comuni a Napoli; nascono come pasta lunga, ma per tradizione prima di cuocerli si devono spezzettare. Immediatamente mi è sembrato di sentire in sottofondo il rumore degli ziti spezzati con le mani, che cadevano nella ciotola e in men che non si dica mi sono ritrovata adolescente nella cucina di nonno Oreste.

Ho vissuto con il nonno qualche mese durante il periodo in cui frequentavo la terza media. Lui abitava a Venezia con la sua seconda moglie ed io tutte le mattine, prendevo il treno e andavo a scuola a Mestre.

Quando rientravo lui era lì, sulla porta, che mi aspettava. Alto, magro, con i capelli quasi completamente bianchi, napoletano verace, mi dimostrava il suo affetto in modo un po' rustico, ma sincero, ricordo che aveva negli occhi uno sguardo sempre un po' triste e rassegnato. Assieme preparavamo la tavola e lui finiva di cucinare mentre gli raccontavo la mia mattinata, difficilmente riuscivo però a farlo parlare della mamma o degli zii quando erano piccoli, nonostante ci provassi spesso, aveva quasi un senso di pudore.

Quando finalmente arrivava Sappho, sua moglie, che faceva la maestra in un paesino lì vicino, ci mettevamo a sedere a tavola e pranzavamo. Il nonno era un cuoco provetto e ogni giorno mi stupiva con ricette nuove. Una delle sue specialità era la frittata che non si sgonfiava e rimaneva bella alta, anche a fuoco spento. Solo da grande ho capito che il suo segreto stava nel numero delle uova che era esagerato!

La moglie faceva ben poco in casa, la ricordo sempre china, sui compiti dei suoi alunni con una matita rossa ed una blu, fare orrendi segni sui fogli. Soffriva di un inizio di Parkinson, tremava visibilmente ed era quasi completamente sorda, per cui la sua voce stridula echeggiava tra le pareti della bellissima casa con alti soffitti, dove abitavamo. Mi sono sempre chiesta come facesse ad insegnare!

Dormivo in un lettino nella grande sala, protetta da un separé mobile, che mi dava l'illusione di un po' di privacy e tutte le sere andavo a dare il bacio della buona notte al nonno. Lui era già a letto e sul comodino campeggiava la sua dentiera dentro ad un bicchiere, deformata e ingrandita dall'effetto dell'acqua, poi attraversavo tutto l'appartamento al buio e mi infilavo nel mio letto, provando una grande nostalgia di casa mia. La domenica però era un giorno speciale, io e il nonno passavamo l'aspirapolvere in tutta casa e poi entravamo in cucina dove lui preparava il ragù: era il suo modo di prendersi cura di noi, di dimostrare il suo amore. Io intanto spezzavo gli ziti con le mani, con la ciotola sulle ginocchia. Mi piaceva molto, soprattutto quando nello spezzarli, piccoli pezzettini volavano da tutte le parti, io li raccoglievo perché nel ragù erano la parte che preferivo. Li lasciavo per ultimo nel piatto, l’ultimo boccone era per me il più goloso. Poi preparavamo le polpettine, "piccole, mi raccomando" ripeteva il nonno, io le facevo e lui le tuffava nel sugo. Ricordo il profumo del ragù e la pace di quel momento, parlavamo poco, perché il ragù ha bisogno di essere coccolato, sorvegliato, annusato, assaggiato e in quei momenti mi sentivo meno sola.


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